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Vivai italiani, la riforma che vuole renderli un investimento: le 4 leve e i numeri

  • francescofrancia
  • Settembre 26, 2026
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Quanto costa a un club far esordire un diciottenne cresciuto nel proprio vivaio, rispetto a prendere un giocatore già pronto? Chi ha passato anche solo una stagione dentro una società lo sa: il giovane chiede tempo, minuti e pazienza, il giocatore fatto garantisce un rendimento immediato. Se la scelta è solo economica, il vivaio parte quasi sempre in svantaggio.

La riforma del calcio in discussione al Senato prova a ribaltare questo calcolo. Abbiamo letto il testo del ddl 1902, depositato il 26 giugno 2026 e oggi all’esame della Commissione Cultura insieme ad altre due proposte, e ne abbiamo isolato le misure dedicate ai giovani. Il risultato è un vero e proprio sistema di incentivi, costruito su quattro leve economiche. Vediamole una per una, numeri alla mano, con una premessa necessaria: si tratta di una proposta, non ancora di una legge.

Leva 1: il giovane “fatto in casa” costa meno

La prima leva agisce sul costo del lavoro. Il ddl prevede una riduzione del 30% delle aliquote contributive pensionistiche per i calciatori tra i 18 e i 23 anni, per i primi cinque anni di attività da professionisti. La condizione per accedervi è precisa: aver trascorso almeno cinque anni nei settori giovanili italiani.

Tradotto: a parità di stipendio, un ragazzo formato in Italia diventerebbe più economico da mettere sotto contratto rispetto a uno arrivato da fuori. Il testo non indica un risparmio in euro, perché dipende dalla retribuzione del singolo giocatore, ma il segnale è chiaro: la formazione in Italia entra direttamente nel conto economico del club.

Leva 2: metà del costo di un Under 23 “non conta” (se gioca)

La seconda leva è, a nostro avviso, la più interessante dal punto di vista ingegneristico. I club devono rispettare degli indici di sostenibilità finanziaria: parametri che misurano se una società può permettersi le spese che sostiene. Il ddl prevede che i costi di acquisizione e di stipendio degli Under 23 italiani vengano conteggiati in questi indici solo al 50%, per le stagioni dalla 2027/28 alla 2031/32.

Il dettaglio decisivo è il vincolo: il beneficio scatta solo se il giocatore disputa almeno il 25% dei minuti nelle gare ufficiali della prima squadra, cioè un minuto su quattro. È un incentivo legato a un indicatore misurabile e non al semplice tesseramento. In altre parole, non basta “parcheggiare” un giovane in rosa per ottenere il vantaggio: bisogna farlo giocare. Chi progetta sistemi di controllo lo sa bene: scegliere la metrica giusta conta quanto l’entità dell’incentivo.

Leva 3: i diritti tv premiano chi forma

La terza leva tocca la voce di ricavo più importante per molti club di Serie A: i diritti audiovisivi. Il ddl prevede che almeno il 15% delle risorse venga ripartito in base a quattro parametri, con questi pesi:

ParametroPeso sulla quota del 15%
Valorizzazione del settore giovanile50%
Sostenibilità economica30%
Calciatori formati in Italia10%
Qualità delle infrastrutture10%

Fonte: testo del ddl S.1902, via Calcio e Finanza

Facendo un semplice calcolo, almeno il 7,5% dell’intera torta dei diritti tv (metà del 15%) verrebbe legato al lavoro sul vivaio, dalla stagione 2027/28. A questo si aggiunge un bonus di almeno il 5% per i club con bilanci in utile o in pareggio per tre esercizi consecutivi.

Non si tratta di soldi nuovi, ma di soldi spostati. Secondo le simulazioni di Calcio e Finanza, applicando i nuovi criteri di ripartizione previsti dal ddl alle stagioni 2024/25 e 2025/26, si sarebbero spostati tra i venti club rispettivamente circa 46,5 e 36,1 milioni di euro. Chi investe nel vivaio guadagnerebbe quote, chi non lo fa ne perderebbe.

Leva 4: un obbligo e un fondo

L’ultima leva combina un vincolo e una fonte di finanziamento. Il vincolo riguarda il Campionato Primavera: ogni squadra dovrebbe avere in rosa almeno 10 calciatori tra i 15 e i 21 anni formati per almeno tre anni consecutivi in club italiani. Chi non rispetta la regola rischia una sanzione da 10.000 a 50.000 euro per ogni gara.

Il finanziamento arriva dalle scommesse. Dal 1° gennaio 2027 il ddl prevede un contributo del 2% sulla raccolta delle scommesse calcistiche a favore della FIGC, di cui almeno la metà destinata a settori giovanili e impianti pubblici. In audizione al Senato, il 25 settembre, il giornalista economico Luciano Mondellini ha stimato il gettito in circa 230 milioni di euro l’anno, su una raccolta di 11,5 miliardi: quindi circa 115 milioni l’anno per vivai e impianti. Lo stesso Mondellini ha però precisato che non è possibile stabilire quanta parte di queste risorse finirà direttamente nei bilanci delle società professionistiche.

Cosa manca (e cosa può ancora cambiare)

Prima di considerare questi numeri definitivi, servono tre avvertenze. La prima è procedurale: i ddl sulla riforma sono all’esame congiunto della Commissione Cultura dal 2 luglio e ad agosto è stato insediato un comitato ristretto per scrivere un testo unificato. Percentuali e soglie potrebbero quindi cambiare. La seconda riguarda i tempi: il presidente della Commissione, Roberto Marti, ha parlato di circa dieci mesi utili per completare l’iter prima della fine della legislatura.

La terza avvertenza è di metodo. Un vivaio restituisce valore su orizzonti lunghi, mentre l’incentivo più interessante, quello sugli Under 23, ha una finestra di cinque stagioni. Ogni sistema di incentivi, inoltre, si porta dietro il rischio di essere “aggirato”: soglie come il 25% dei minuti vanno monitorate nel tempo, per capire se spingono davvero a far crescere i giovani o solo a gestire il minutaggio sul filo della soglia.

Dal costo all’investimento

Al di là dei singoli numeri, la riforma introduce un cambio di prospettiva: il vivaio smetterebbe di essere solo una voce di costo e diventerebbe un investimento con un ritorno misurabile, tra contributi più bassi, controlli sui conti più leggeri e una fetta dei diritti tv. Se il testo arriverà in fondo così com’è, lo sapremo nei prossimi mesi.

Una cosa però ci sembra già chiara: un vivaio non si giudica dal numero di ragazzi che tessera, ma dai minuti che riesce a dare loro. Per la prima volta, una legge proverebbe a misurarlo.

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