Sveglia alle 7:00. Colazione, doccia e la borsa per l’allenamento della sera già pronta. Alle 8 parto per il lavoro e cerco di timbrare il prima possibile, perché ogni minuto guadagnato al mattino mi permette di arrivare al campo con mezz’ora d’anticipo. L’allenamento inizia alle 18:30 e dura un’ora e mezza. Poi una chiacchiera con qualche genitore, gli attrezzi da riporre in deposito, la doccia, e rientro a casa tra le 20:45 e le 21:00. Sono quasi quattordici ore dopo la sveglia.
Succede due o tre sere a settimana, più la partita nel fine settimana, da 13 anni. Non è il mio lavoro: è il secondo. Eppure, tra orari, responsabilità e impegno, assomiglia molto a un lavoro vero.
Questa è la mia esperienza personale, e la racconto per quello che è: il punto di vista di una sola persona che sta ogni sera in un campo. Credo però che dica qualcosa che va oltre me. Se ne parla sempre di più, e la domanda da cui parto è semplice: chi è, per la legge e per i numeri, l’istruttore lavoratore?
Una giornata, due lavori
Il tempo che si vede è un’ora e mezza di allenamento. Quello che non si vede è tutto il resto, e lo conosco bene perché lo faccio io. Le sedute le preparo prima, nel fine settimana. Da un po’ mi faccio aiutare dall’intelligenza artificiale per costruire le schede di allenamento con la struttura che uso io, così posso condividerle con il collega collaboratore e lavorare con lo stesso schema. È un piccolo esempio di innovazione dal basso: non costa nulla alla società e rende il lavoro più ordinato e ripetibile.
Per questo impegno ho un contratto sottoscritto con la società e un rimborso spese stabilito. Ai prezzi di oggi del gasolio copre a malapena le spese. Non lo scrivo per lamentarmi: è il dato più concreto che ho, ed è il punto da cui vorrei partire per ragionare in modo più generale.
Perché lo faccio, e cosa vedo cambiare
Quello che mi spinge è la passione e la gioia di trasmettere ai ragazzi, prima di tutto, principi educativi e solo dopo quelli di gioco. Dopo 13 anni, però, vedo due cose cambiare. La prima è che le società hanno sempre più difficoltà organizzative. La seconda, che è una mia percezione e non un dato, è un calo marcato di tanti valori che erano alla base della crescita delle generazioni precedenti e che ora si stanno perdendo. Chi sta sul campo ogni sera è spesso il primo ad accorgersene.
Cosa dice la legge: volontario o lavoratore sportivo
La riforma dello sport (d.lgs. 36/2021) riconosce la figura del lavoratore sportivo anche nel dilettantismo. Dal 1° luglio 2023 ha esteso agli sportivi dilettanti le tutele previdenziali, come maternità, malattia e infortunio, secondo la sintesi della circolare INPS 88/2023 pubblicata da PensioniOggi. La legge distingue due figure. Lo racconto da istruttore e non da giurista: quello che segue è ciò che ho letto nelle fonti, e non sostituisce il parere di chi se ne occupa per professione.
Il volontario riceve rimborsi spese. Dal 1° giugno 2024 il Decreto Sport (d.l. 71/2024) ha portato a 400 euro al mese il limite del rimborso forfettario, che richiede una delibera della società e non è cumulabile con un compenso di lavoro dalla stessa società. Il lavoratore sportivo riceve invece un compenso per un lavoro, con un contratto.
Il sistema ruota intorno a due soglie. Fino a 5.000 euro l’anno non scattano obblighi contributivi, mentre per le imposte la soglia è di 15.000 euro. La Circolare 7/E del 7 agosto 2026 dell’Agenzia delle Entrate, riassunta da ACSI, precisa che le ritenute IRPEF si applicano solo sulla parte eccedente i 15.000 euro e che la soglia vale per tutti i tipi di contratto. Quale delle due figure si applichi a ciascun istruttore dipende dal singolo rapporto: è una buona ragione per chiedere chiarezza alla propria società.
I numeri: quanti siamo e quanto guadagniamo
Il Report sport 2026, realizzato da Sport e Salute e dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale, ha contato con dati 2024 471.365 persone con almeno un contratto in 107.804 società e associazioni sportive. Il dato è molto più alto dei circa 310.000 del 2023, e Sport e Salute attribuisce parte della differenza a un cambiamento nel modo di raccogliere i dati, quindi il confronto va preso con cautela. La distribuzione dei compensi, riportata da ItaliaOggi, è questa:
| Fascia di compenso annuo | Quota dei lavoratori sportivi | Regime |
|---|---|---|
| Sotto 5.000 € | 47,3% | Né imposte né contributi |
| 5.000–15.000 € | 36,7% | Solo contributi |
| Oltre 15.000 € | 16,1% | Tassazione ordinaria |
Fonte: Report sport 2026 (dati 2024), via ItaliaOggi, 31 gennaio 2026
La mia esperienza è un solo punto su questa distribuzione e non pretendo che rappresenti tutti. Ma guardo questi numeri sapendo cosa c’è dietro una sera di allenamento. Quasi un lavoratore sportivo su due, quindi, sta sotto la soglia dei 5.000 euro. È una scelta di semplificazione, ma sotto quella soglia non si versano contributi: nella mia lettura è uno dei punti da guardare quando si parla di tutele. A tre anni dalla riforma, gli addetti ai lavori ne stanno facendo il bilancio, come mostra l’analisi di Ipsoa dell’11 maggio 2026 sulle criticità.
La lente ingegneristica: dove regge e dove no
In ingegneria, una struttura può reggere anche quando un suo elemento lavora oltre il limite per cui è stato progettato. Regge, finché quell’elemento non cede. Guardando il sistema dall’interno, a me sembra che funzioni così: famiglie, società e istruttore formano una catena, e le società con meno risorse scaricano una parte del carico su persone motivate che ci mettono tempo, spostamenti e spese. È un modello che vedo dal campo, non una dimostrazione, e andrebbe verificato con i dati.
Per questo, se dovessi indicare da dove cominciare, partirei da tre numeri che oggi mancano nel racconto pubblico: le ore reali di lavoro, non solo quelle di campo; i costi sostenuti di tasca propria; la copertura in caso di malattia o infortunio. Il decreto correttivo del 2023 ha previsto un Osservatorio per monitorare gli effetti della riforma e proporre ulteriori modifiche: misurare è il primo passo per tutelare.
Finché dura la passione
Non scrivo per lamentarmi: scrivo perché questa è la mia storia, e credo che raccontarla possa servire a chi vive la stessa vita e a chi decide le regole. Io continuerò finché ci sarà la gioia di vedere i ragazzi crescere. Ma un sistema che regge sulla passione di chi lo sostiene regge finché dura la passione. La passione non va tolta: va accompagnata da qualcosa che la sostenga, a cominciare da un’idea chiara di chi sia l’istruttore lavoratore e di cosa gli spetti.
E tu, che allenatore o istruttore sei: volontario o lavoratore sportivo? Sai come sei inquadrato? Raccontami la tua esperienza nei commenti.