“Sunderland ‘til i die” serie tv netflix da ingegneria del calcio.

Anche voi come me avete trascorso la quarantena in compagnia di netflix?

Bene, oggi vi parlerò della serie tv Sunderland ‘til i die. In totale astinenza da calcio ero alla disperata ricerca di qualcosa che potesse colmare il vuoto pallonaro così, ho deciso di seguire le vicissitudini di questo club inglese. Se vi aspettate una storia di successo strappalacrime modello sfide mondiali non fa per voi ma, se siete curiosi di capire cosa accade all’interno di un club in crisi di risultati, è il momento giusto per diventare tifosi consapevoli.

Lo scopo dell’articolo è quello di portare alla luce aspetti talvolta trascurati dai non addetti ai lavori ma che giocano un ruolo decisivo nei risultati sportivi. Il maestro Sacchi spesso paragona i club ad un’orchestra in cui ogni elemento deve svolgere al meglio il suo lavoro perchè il risultato sia un suono armonioso. Tenendo bene a mente questa metafora partiamo con la nostra analisi sulla serie.

CONTESTO

Il documentario descrive inizialmente un periodo difficile per il Sunderlund che, dopo 10 anni nella massima serie inglese, retrocede in Championship. Il presidente Ellis Short, già dalla sessione invernale, chiude i cordoni della borsa, investendo poco o nulla per lottare per la permanenza in Premier. L’epilogo è quindi prevedibile e molti dei giocatori di valore al termine di una stagione deludente lasciano la squadra. Da qui un primo spunto di riflessione. Con la retrocessione si ha un evidente crollo dei ricavi, attutito dalla vendita di gran parte del parco giocatori. Una dismissione così marcata della rosa da si un vantaggio immediato in termini economici ma, rischia di rendere molto difficile la risalita posta come obiettivo della nuova stagione calcistica. Se poi aggiungiamo che a fronte di tali cessioni la società investe solo 1,25 milioni di sterline, è evidente che le premesse per il nuovo anno debbano destare preoccupazione. Short decide di punto in bianco che la società debba autosostenersi ma, senza una sistema organizzativo gestionale adeguato vedremo che sarà molto difficile.

A.D. Martin Bain

GESTIONE MANAGERIALE E TECNICA

Martin Bain è figura chiave del racconto, amministratore delegato, molto sicuro di se, che si ritrova a rappresentare da solo la società data la totale assenza dell’ormai uscente presidente. Le sue decisioni sono troppo spesso poco lungimiranti e prese in condizioni emergenziali di ristrettezza economica. Così una serie di errori manageriali presenti e passati, si ripercuotono inesorabilmente sugli aspetti tecnici. Il calciomercato sembra l’unica strada percorribile per uscire dalla crisi ma, la mancanza di risorse, costringe a valutare solo svincolati o prestiti magari fermi da tempo contro le volontà del tecnico Grayson. I risultati sportivi sono disastrosi, la squadra stenta a seguire il proprio allenatore scelto perché abituato a certi campionati ma, rivelatosi inconsistente nei rapporti interpersonali con i calciatori e incapace di toccare le giuste corde motivazionali. L’esonero è inevitabile e, al suo posto, subentra l’esperto Chris Coleman artefice della bella prestazione del Galles giunto alle semifinali di EURO 2016. Inizialmente Coleman sembra essere riuscito a scuotere la squadra ritornando in corsa per la permanenza in Championship. Ben presto però, i risultati ritornano negativi e con essi arriva inesorabile la retrocessione. Un autentico tracollo insomma, due retrocessioni in due anni, un ambiente sfiduciato e scollato in ogni sua componente. Short allora decide di ripianare i debiti, esonerare Coleman e vendere la società ad un gruppo capitanato da Stewart Donald. Egli cerca con passione e dedizione di restituire subito la Championship al Sunderland con il coinvolgimento dei tifosi e con qualche sacrificio economico ma, a causa di una sconfitta in finale playoff non ci riuscirà.

TIFOSI

Parallele alle vicissitudini societarie viaggiano le sensazioni dei tifosi raccontate attraverso la voce di alcuni supporters storici del club. La delusione è tanta, forse anche troppa, ma si nota una sostanziale differenza con le tifoserie italiane. Ogni sconfitta, anche la più dolorosa, termina con un coro di supporto, una dimostrazione di attaccamento alla maglia aldilà di chi la veste. In un contesto in cui l’esonero è solo un ultimo estremo tentativo di far cambiare rotta agli eventi, otto in pochi anni suonano davvero come segnale tangibile di incapacità di gestione. Consapevoli di una società allo sbando la tifoseria dei “black cats” ottiene un incontro con dirigenti e allenatore nel quale appare evidente l’imbarazzo dei due nel dare risposte precise a domande incalzanti.

Allo scopo di incuriosirvi e spingervi alla visione della serie, ho ripercorso brevemente le vicende descritte. E’ evidente però che la gestione economica del club sia del tutto fallimentare. Per raggiungere una sostenibilità consolidata i risultati delle scelte fatte devono avere orizzonti temporali di medio lungo termine. Pensare che il player trading possa da solo risolvere i problemi economici è un errore. Esso può essere una soluzione immediata, di breve periodo ma, ben presto la svalutazione della rosa e i mancati investimenti nel settore giovanile porteranno ad un’escalation negativa di risultati finanziari e sportivi come di fatto è avvenuto. Il presidente Short, d’altra parte avrebbe potuto vendere prima il club, sfruttando comunque il valore di un brand storico per il calcio inglese, senza aspettare il tracollo del valore di una società ormai in League One.

ERRATE SCELTE MANAGERIALI = ERRATE SCELTE TECNICHE

Investire grosse somme di denaro non è garanzia di successo, in questo caso possiamo parlare di efficienza degli investimenti. Utilizzare le risorse a disposizione sulla base di una programmazione ben precisa, genera sicuramente risultati migliori. Bisogna avere pazienza certo, ma la nostra Atalanta ne è l’esempio. Per quanto nella maggior parte dei casi le colpe ricadono sull’allenatore, egli gestisce il materiale tecnico e umano messo a disposizione dalla società. Giocatori svincolati e prestiti, a meno di rare occasioni, rappresentano le vie di fuga più economiche ma, molto spesso, non funzionali a un progetto sportivo a lungo termine. Da non trascurare, inoltre, è l’aspetto psicologico. Le motivazioni di cui spesso si parla sono essenziali per le prestazioni sportive. Sentirsi di passaggio e non parte di un progetto può influenzare negativamente i rapporti tra compagni, allenatori e dirigenti.

Jonathan Williams

Questa serie è la conferma che parte organizzativa e parte tecnica di un club sono fortemente legati. Ritornando alle parole di Sacchi e all’orchestra perfetta, ci accorgiamo che la storia di Sunderland ‘til i die è la conferma della tesi del grande allenatore. In questo caso non tutti gli interpreti hanno suonato come parte integrante di un’orchestra e, il risultato, non è stato di certo una armoniosa melodia.

Un commento

  1. Nella parte iniziale hai scritto questa frase: “Il presidente Ellis Short, già dalla sessione invernale, chiude i cordoni della borsa, investendo poco o nulla per lottare per la permanenza in Premier.” Credo che tu volessi scrivere “lottare per la permanenza in Championship”.
    Il tuo articolo mi trova d’accordo soprattutto su un punto: chi cerca di fare calcio a costo zero (spesso elemosinando dei giocatori in prestito da squadre più ricche) non ottiene mai grandi risultati. Infatti un giocatore pagato in moneta sonante si sentirà motivato a ripagare la fiducia della società che l’ha acquistato, e quindi darà il 100% in campo; un giocatore preso in prestito invece sa che comunque vada la stagione a fine anno non sarà più lì, e quindi non dico che va in campo svogliato, ma sicuramente sarà meno motivato. L’ha imparato a sue spese il Livorno di Spinelli, che questa strategia del “solo prestiti” l’ha portata avanti per anni con clamorosa sfacciataggine. I risultati si sono visti.

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